Ma quanto guadagna un fund raiser? Perchè non se ne parla?

Eh sì, sono sicuro che molti di noi se lo sono chiesto più volte. E non solo quanto guadagna, ma quali sono le tariffe…… quale compenso si chiede per una consulenza …. quanto vale la nostra attività ….. la nostra professionalità.
Credo di aver posto innumerevoli volte queste domande a colleghi, compagni di corsi di formazione, relatori, alla stessa ASSIF…. E la risposta?  Sempre uguale: DIPENDE!!!
Va bene …. ma da cosa? Da chi? Perché?
Sempre la stessa risposta, anzi, sempre la stessa NON-RISPOSTA.
Ma noi non siamo quelli che richiedono e incitano alla trasparenza, non abbiamo forse fatto (giustamente) della rendicontazione uno dei pilastri della costruzione della relazione di fiducia con il donatore (che nel nostro caso potrebbe essere rappresentato  dal committente o dal cliente).
E’ mai possibile che non si riesca a stabilire, concordare, fissare, non dico una tabella tariffaria, ma almeno una indicazione di quanto possa “oggettivamente” valere la nostra professionalità, dando per acquisito che il compenso a percentuale sia bandito dalle forme di pagamento.
Mah … di fronte a queste domande molto spesso ho avvertito quasi un fastidio da parte degli interlocutori, a volte perfino un disagio nel comunicare quali fossero le parcelle, i compensi richiesti per i progetti, per una consulenza, per una campagna di fund raising locale o nazionale, ecc.; in fin dei conti nel momento in cui ci si appresta a stilare budget sulle attività di fund raising il compenso del fundraiser non deve forse essere conteggiato assieme agli altri investimenti?
E per chi si appresta a intraprendere la professione, non sarebbe forse utile sapere se ci può campare e se il reddito (presunto) che si può aspettare è tale da consentire di raggiungere le proprie aspettative? E’ vero, lo so che nessuno può garantire livelli di reddito o listini da applicare, ma da questo a non dare alcuna indicazione mi pare ne passi….. a volte sembra che abbiamo la paura di esporsi, di compromettersi, di far sapere…..
Ebbene, non per velleità e nemmeno per pupolismo, ma invece per cercare di dare un contributo a questa discussione e quanti vorranno parteciparvi, ho deciso di pubblicare la mia dichiarazione dei redditi dello scorso anno (quella attuale è in fase di elaborazione e non appena pronta sarà pubblicata).
E’ la dichiarazione dei redditi di un fundraiser in strada, un anno di lavoro fatto di consulenze e di incontri di formazione da un professionista con 25 anni di esperienza nel settore nonprofit di cui 10 nello specifico settore del fund raising, questo solo per dare un minimo di contesto.
Se la rendicontazione e la trasparenza sono valori che condividiamo, beh in qualche modo bisognerà pure dimostrarlo no?

Commentate gente, commentate….
Modello Unico 2007 di Luciano Zanini

21 risposte a “Ma quanto guadagna un fund raiser? Perchè non se ne parla?”

  1. nicola

    post temerario.
    complimenti per il coraggio, davvero un esempio di trasparenza.
    Le informazioni che hai voluto regalare sono davvero preziose per chi vuole iniziare questa professione, ma anche per quelle ANP che stanno tentennando di fronte alla decisione di rivolgersi o meno ad un fundraiser professionista

  2. francesco

    Un post effettivamento temerario, direi unico per ora. Amplierei anche il discorso, che ultimamente facevo anche con un collega.
    Trasparenze vuol dire anche iniziari a condividere i dati delle campagne che vengono create: mi spiego. Perchè in Italia non esistono dati, anche solamente aggregati, senza nomi e cognomi, delle onp sulle raccolte fondi tramite mailing, sui tassi di successo dell’e-mailing e così via andare? Vogliamo iniziare a collaborare? Un primo passo è stato il festival del fundraising ma altri devono sicuramente venire.

  3. Livia

    più che coraggioso, lodevole.
    come ben sai, non posso che essere d’accordo con te.
    nel caso di consulenti “esterni” come te, il mistero legato al reddito è ancor più fitto.
    mi piacerebbe tuttavia conoscere anche i modelli unici dei lavoratori dipendenti, dei fundraiser “interni”, come me, per non parlare dei loro livelli d’inquadramento e delle posizioni che occupano nell’organigramma dell’ONP(6°, 3° o 1° livello? ma dal basso verso l’alto? ma quadro dirigenziale o porta-caffè?): sono certa che ci troveremmo davanti a delle belle sorprese.
    se vuoi comincio io: vuoi il mio modello unico? tanto è uguale in tutto e per tutto da almeno…be’..5 anni.
    fammi sapere, sono a disposizione.
    w la trasparenza!

  4. Jacopo

    Complimenti Luciano, bel gesto davvero!
    Francesco parlava del modello americano di trasparenza e condivisione. Credo che il tuo gesto sia la cosa più vicina a quel concetto.
    …ma, per favore, lasciamo perdere il Festival del Fundraising!

    Tutto questo, comunque, non credo aiuti molto a capire quanto può costare davvero una consulenza. Se ti chiedessi ora “quanto mi costi?” la tua risposta sarebbe comunque “DIPENDE”. Giustamente!

    Ricordo di averti fatto proprio questa stessa domanda almeno un paio di volte e una di queste, più di un anno fa, mi hai pienamente soddisfatto. Banale, semplice, ma esaustiva! E’ per questo che ti ammiro tanto.
    Quel giorno mi risposi “uno junior prende x€ all’ora, una persona con i miei anni di esperienza può chiedere x€ all’ora”.
    Questa è la risposta che personalmente mi ha più soddisfatto. Al pari di una donna delle pulizie o un bagnino, di un idraulico, di un qualunque lavoratore indipendente. Insomma, il costo dipende da quante ore servono per offrire un determinato sevizio.
    Detto questo, credo che ognuno debba decidere una cifra che gli può stare bene rispetto al tempo e le risorse da impiegare.

    Mi concedi un piccolo spazio, a questo punto, per dire che prima di chiedere 60.000€, per una consulenza, di lavoro se ne deve fare un bel po’?!…
    Ovviamente non faccio riferimento a te, chi mi conosce sa a chi/cosa mi riferisco e quanto ce l’ho con le agenzie di consulenza NON TRASPARENTI.

  5. guya

    Evviva. Era tanto che ne parlavamo, ed ora che lo zanin-blog è realtà, eccoci. Sono concorde su tutta la linea, soprattutto perchè non possiamo dire alle organizzazioni che seguiamo di pubblicare i bilanci,di essere trasparenti,e poi non lo siamo.
    Mi unisco a Livia e se dai spazio alle nostre dichiarazioni dei redditi nel tuo blog, siamo già in tre. Credo possa essere anche interessnte confrontare i “livelli” in relazione ad essere liberi professionisti, dipendenti, fund raiser con più o meno esperienza. E sarebbe anche carino capire cosa investiamo per raggiungere i nostri redditi: quanti chilometri, quante ore, quante idee……
    Credo che il “dipende” a cui fa riferimento Jacopo abbia tutte queste variabili dentro di sè. A mio avviso ci sta che una consulenza possa costare 60.000,00 euro, ma per cosa?! Cosa si fornisce? Quante ore ed idee si dedicano?

    Confrontiamoci!

  6. Jacopo

    …appunto, cosa ci viene dato per 60.000 €?
    Francesco, rispondi tu? si parlava di 60.000 € o erano meno?!.. :)

  7. Patrizia

    La trasparenza e l’etica, quella che prima di tutto dobbiamo a noi stessi, finalmente dalle tue parole emerge. Hai ragione, bisogna avere il coraggio di costruire un percorso che sia di condivisione e di riferimento al tempo stesso.
    La dichiarazione dei redditi va bene, ma penso che dare vita ad un vera modalità di comportamento comune sul “come e quanto farsi pagare”, sia in primo passo verso il riconoscimento del lavoro del fund raiser come professione.
    Grazie Luciano per avere gettato il cuore oltre l’ostacolo!
    Patrizia

    Grazie Luciano per aver lanciato il cuore oltre l’ostacolo.

  8. francesco

    Ma sinceramente Jacopo non mi ricordo a chi ti riferisci per quei 60.000€ magari quando ci vediamo a Bologna rinfrescami la memoria!
    Sul Festiva, Jacopo per te non è stato un momento di condivisione? Per me si.
    Sul resto non credo che esista un modello di condivisione, basterebbe in italia partire da realtà come http://www.guidestar.org o http://www.give.org per dare una smossa al settore nonprofit, servirebbe regole standard di rendicontazione nei bilanci delle onp, modalità condivise e regolamentate di inserimento di alcune voci di bilancio fra i costi delle raccolte fondi (il dato ogni 100€ donato solo 10€ vanno per i costi della raccolta fondi è troppo semplicistico).
    Riguardo ai fundraiser, consulenti e non: per me l’errore non è chiedere 10.000€ o 100.000€, se sei capace di raccoglierne rispettivamente il doppio o il triplo credo che sia un investimento che tutti sanno fare. Il fatto è: quello che costi lo vali veramente come fundraiser, sia consulente che dipendente? Questa è la domanda a cui rispondere

  9. Jacopo

    Francesco, perdonami l’appunto.
    Non credo che, premesse le stesse condizioni, un fundraiser che raccoglie più di un altro allora vale automaticamente di più (“se sei capace di raccoglierne rispettivamente il doppio o il triplo credo che sia un investimento che tutti sanno fare”). Anzi, ho le prove che non sia così.
    Prendi in considerazione quei mailing di alcune agenzie di consulenza, magari con sede in Svizzera senza far nomi, che per garantire un ritorno di un certo livello (quindi per emergere fra i preventivi) colpiscono il donatore nel senso letterale del termine. La conseguenza fisiologica, comprensibile, è il totale rifiuto/allontanamento dell’associazione al secondo sollecito in quanto si è associato, alla prima donazione, un momento negativo.

    Quindi,
    non è “quanto vali veramente” ma, come dice la santa Guya, “A mio avviso ci sta che una consulenza possa costare 60.000,00 euro, ma per cosa?! Cosa si fornisce? Quante ore ed idee si dedicano?”

    PS: per i 60.000€ mi riferisco a quella causa che festeggiava il centenario, e che senti molto vicino, che si è vista offrire una consulenza che.. non ha portato a niente!

    Vogliamo parlare piuttosto di COME SCEGLIERE UN CONSULENTE? avevo scritto anche qualcosa a riguardo…
    http://www.jbgazzola.it/blog/2007/11/quanto-mi-costi-caro-consulente/
    http://www.jbgazzola.it/blog/2007/10/cosa-pretendere-da-un-consulente-di-fund-raising/

  10. paolo

    Caro Luciano,
    post bello e coraggioso che apre la strada a un modo nuovo di vedere il non profit e avvia la trasparenza proprio in quel mondo, la raccolta fondi, di cui spesso si parla un gran male.
    Per quanto riguarda gli stipendi, anche degli interni (e io sono tale) in giro c’è di tutto.
    I criteri a cui ci si attiene in genere sono: budget amministrato, percentuale sul totale dei costi, entrate da raccolta fondi, responsabilità, numero di persone gestite, esperienza, precedente ruolo ricoperto e retribuzione, tipologia di contratto ed eventuale esclusiva… ma anche cultura dell’organizzazione e una sorta di compartecipazione del rischio (della serie, iniziamo con questo stipendio e poi pianifichiamo un percorso di crescita… no percentuali, please!).

    Per quanto mi riguarda, lo scorso anno ho percepito uno stipendio netto di 1.800 euro, amministrando tre persone e un budget di 180.000 euro (la raccolta si è chiusa con un aumento del 7,3% per un ammontare di 4 milioni e 200 mila!). A un certo punto ammetto che mi è stato offerto anche un aumento, in cambio però di qualche rinuncia alle libertà che ogni tanto mi prendo (piccole consulenze e formazione, nei limiti, strettissimi, consentiti dalla legge… visto che dichiaro tutto). Ho preferito tenermi la libertà.

    Era una sfida, ma su un percorso che per me è almeno triennale e che comprende anche la crescita dello staff e una riorganizzazione interna.

    C’è chi prende molto di più. Chi prende meno di quanto percepivo io lo scorso anno (la funzione è quello di direttore raccolta fondi e comunicazione… qualcosa che in azienda vale molto, ma molto di più). Chi accetta l’esclusiva totale. Chi no. Ci sono organizzazioni fortemente orientate al marketing, altre no (la mia negli ultimi anni, vedi il budget, lo era poco). Ci sono fundraiser molto più esigenti, altri meno.

    Questa è stata una mia scelta. Libera, fortunatamente, perché avevo più alternative ma ho scelto più con il cuore che con la testa e, soprattutto, ho preferito la libertà a uno stipendio molto più alto.

    Rimane il fatto che la mancanza di benchmark è un danno per tutti, ma soprattutto per i più giovani che si trovano spesso alla mercè di proposte francamente oscene (specie in città come Milano).

    Complimenti Luciano
    p.

  11. francesco

    Ah ok allora non erano 60.000 ma 30.000€, ora capisco il tuo discorso e quello di Guya e concordo. ciao francesco

  12. guya

    Le segnalazioni di Francesco sono sempre “stupende”. grazie!
    Ecco cosa significa condividere le informazioni e le esperienze.

  13. francesco

    grazie paolo per il bel commento.

  14. Jacopo

    Grazie Paolo.
    Complimenti per la scelta. :)

  15. Laura

    Grazie sia a Luciano per il post coraggioso ed orientato a far crescere il mondo del fundraising sia a Paolo per il bel commento.

    Come neofita in questo campo, posso dire che atteggiamenti di condivisione come questi sono utilissimi… almeno posso cominciare a capire se si può vivere di questo mestiere.
    :-)

  16. Virginia

    Ciao Luciano

    Grazie per il tuo bel commento sul mio blog. E ti rispondo: sto facendo una bellissima esperienza nel fundraising all’estero, ma conto presto di tornare in Italia per fare concorrenza a tutti gli altri fundraiser e portare con me quel che ho imparato – e cio’ nonostante tutte le voci che continuamente mi dicono che ho fatto bene e che tutti dovrebbero seguire il mio esempio. Non credo che emigrare sia la soluzione, soprattutto se si ama il proprio paese nonostante tutti i difetti. A suo tempo la mia scelta e’ stata dettata da ragioni personali, non professionali.

    Ma sara’ dura tornare in Italia, devo ammetterlo, non ultimo per lo stipendio. Quanto prende un fundraiser in Irlanda? Non saprei, soprattutto per quel che riguarda l’ambito della consulenza, ma uno stipendio minimo nell’ufficio fundraising di un’organizzazione volontariato parte da 24,000€ l’anno (e le tasse in Irlanda sono MOLTO piu’ basse). Ripeto, stipendio MINIMO (!). E gli non sono consentiti…

    Mi chiedi secondo me perche’ in Italia e’ cosi’ difficile rinnovare il settore nonprofit? Se avessi la risposta e vedessi la soluzione, sarei gia’ tornata da tempo ;)

  17. Nissa

    Great work.

  18. vanni

    tutto da ridere

  19. Come comunicare che sei una onp trasparente al tuo donatore | Fundraising.it

    [...] La proposta di Fundraising.it è tanto semplice da eseguire, quanto complessa per la cultura del nonprofit italiano, troppo chiuso in sè stesso e nelle singole onp. Cosa ci vuole ad esempio, come puoi vedere nel profilo Charity Navigator di Save the Children USA che allego qui sotto, a mettere online lo stipendio del CEO o direttore o presidente di una onp, se lo fa Save The Children USA perchè in Italia questo non si fa? Che io sappia gli unici fundraiser italiani ad aver dichiarato quanto prendono sono Luciano Zanin e Paolo Ferrara (un consulente ed un fundraiser) e vedi qui il post relativo. [...]

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